di Marco Brancaccia

Il 27 gennaio del 1945 si aprivano i cancelli di Auschwitz e il mondo scopriva l’orrore perpetrato dal regime nazista, ogni volta che arriva questa giornata mi viene in mente una frase di Charles Bukowski

Secoli di poesia e siamo sempre al punto di partenza

quando Bukowski la scrisse probabilmente non si riferiva alla Shoa o al Giorno della Memoria però l’ho sempre trovata più che calzante.

Non è facile ricordare qualcosa che non si è vissuto se non sui libri di storia, ed è per questo che esistono giornate come quella di oggi, servono a “fare memoria”, una memoria che deve però essere collettiva e per farlo, perché questa memoria si radicalizzi serve l’impegno di tutti, di quelli che c’erano come Liliana Segre che con la loro presenza testimoniano un orrore che è tanto brutto da sembrare finto e di quelli che non c’erano che però devono ascoltare, memorizzare, ricordare perché la storia dell’Umanità non cada di nuovo in un baratro così profondo.

Tra qualche anno nessuno dei sopravvissuti a quel dramma sarà più in grado di raccontare e sarà compito di chi ha ascoltato riprendere quel racconto e renderlo attuale, riportarlo alle generazioni nuove, senza paura ma con l’idea che anche ai bambini si può far scoprire cosa è giusto o sbagliato, perché proprio da loro dipende il futuro di altri bambini ancora e ancora.

Spiegare la Shoa è difficile sotto tanti aspetti ma la difficoltà non può essere una scusa, non ci si può neanche fermare a un “ci sono cose più importanti” perché nulla è più importante del conoscere la differenza tra il bene e il male tra quello che dovrebbe essere e quello che è stato, la differenza che passa tra una divisa e un pigiama a righe, da queste differenze arriva la base del saper vivere in una società civile, la piattaforma di lancio per cittadini che non guardano solo il loro piccolo spazio personale, bensì pensano in grande a un collettivo, una realtà che comprende tutti anche coloro che rimangono ai margini e che oggi, come ieri, vivono di paura.

Facile fare il paro con il dramma dei migranti, perché la giornata della memoria è sì rivolta al nostro passato ma ci racconta anche il nostro presente e il nostro futuro, girarsi dall’altra parte è un gesto che non serve e non può funzionare, guardare dall’altro lato o guardare semplicemente a noi stessi è solo l’ennesimo assist a un pensiero piccolo e limitato, un pensiero che, come dice Bukowski, ci blocca al punto di partenza.

La giornata della memoria serve a ricordare ma serve anche a imparare che accogliere le diversità che il nostro mondo ci propone è il primo passo per arricchire noi stessi, per nutrire il nostro spirito e la nostra umanità, per riuscire ad andare oltre, scavalcare il muro di filo spinato e uscire fuori, correre verso la nostra libertà che oggi, come ieri, è fatta di apertura mentale.

Un pensiero su “La Shoah e la necessità di “fare memoria””

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